domenica 14 giugno 2020

La riscossa dei chierici ai tempi del Covid 19


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In queste settimane di graduale affrancamento dai ceppi, assistiamo alla rinascita di una schiera di personaggi che l’emergenza aveva relegato in ruoli di secondo piano, ben al di sotto delle loro aspirazioni ad essere protagonisti anche in questo passaggio cruciale della nostra storia. Mi riferisco a esponenti di spicco in ambito clinico e del mondo accademico, con posizioni di prestigio ed elevati indici nelle pubblicazioni scientifiche, non importa se ottenuti grazie al lavoro oscuro di dottorandi sottopagati. Sono i “chierici”, stirpe eletta che gode di grande considerazione e che si reputa depositaria del sapere, con libertà di pronunciarsi su qualsiasi argomento dello scibile umano.  Quando l’epidemia era ai suoi esordi, avevano fatto sentire la loro voce, ma solo per liquidare la vicenda come l’ennesimo falso allarme, alla stregua di eventi simili del passato, in cui avevano dato prova della loro sagacia. Si trattava di una semplice influenza, sostenevano con spavalderia. Ma questa volta le cose sono andate diversamente e sono stati costretti al silenzio, anche se nel loro intimo covava una grande rabbia per il fatto di vedersi scavalcati dalle figure dei tecnici, persone abituate a lavorare alacremente nell’ombra, ma che hanno il grande torto di non avere gli stessi titoli ed onorificenze. Con il diradamento dei focolai e l’allontanamento della minaccia si è presentata l’occasione per la rivincita.
Tutto questo rappresenta un dejà vu, una rievocazione di quanto successo nel 2009, l’anno della pandemia influenzale. Anche in quell’occasione si erano alzate le voci dei tanti “esperti”, di quelli che “ho capito tutto subito” e “non mi faccio condizionare”. Riavvolgiamo la pellicola e proiettiamo alcune brevi sequenze di quel periodo.
A Marzo del 2009 risalgono le prime notizie di un nuovo virus, isolato negli USA ma i cui primi casi si erano manifestati nel Messico, che coglie di sorpresa le autorità sanitarie e l'opinione pubblica mondiale. Un evento di questo tipo in verità era lungamente atteso, almeno dai maggiori organismi sanitari mondiali, che negli anni precedenti avevano prefigurato scenari potenzialmente drammatici legati ai temibili ceppi aviari, primo fra tutti l'H5N1, responsabile di epidemie devastanti negli allevamenti avicoli e di diversi casi umani. Nessuno si aspettava che un virus pandemico potesse nascere in occidente e che avesse la sua origine nella popolazione di suini, che avevano tenuto in ibernazione un virus discendente dal vecchio ceppo H1N1 del 1918, successivamente rimescolatosi con virus aviari e virus umani per dare origine alla nuova epidemia. Tant'è, quanto accaduto ci insegna come il virus influenzale sia imprevedibile e quanto la sorveglianza debba essere a 360 gradi, non limitandosi, come dimostrano gli eventi di questi giorni, ai soli virus influenzali. L'annuncio da parte dell'OMS della nuova pandemia, a giugno del 2009, aveva come scopo principale quello di avviare la produzione dei vaccini e dare attuazione ai piani pandemici delle nazioni, ma ha avuto l'effetto di creare sgomento nella popolazione mondiale, che accostava quanto stava accadendo al ricordo di tragedie dei tempi lontani. Con il passare delle settimane ci si è resi conto che non si trattava di un’ecatombe, non c’erano le cataste dei morti ai lati delle strade e il virus dilagava nel mondo senza lasciare dietro di sé rovine fumanti. Fin dagli inizi non sono mancati gli opinionisti alternativi, quelli che sono soliti ad “andare contro” qualsiasi iniziativa o delibera che provenga dalle pubbliche autorità, che sono viste come emanazione dei superpoteri occulti, trovando nei social media una cassa di risonanza delle loro tesi deliranti. Il loro tamtam mediatico si è fatto sentire sempre più forte, man mano che le paure di una catastrofe si ridimensionavano e si aprivano le praterie alle teorie dei complotti, conquistando fette sempre più larghe dell’opinione pubblica, spazi sempre più ampi nelle pagine dei giornali fino a coinvolgere giornalisti, politici di primo piano e, ahimè, ha finito per contagiare anche estese aree del mondo scientifico.  Alla fine l’OMS è stata messa alla sbarra con l’accusa di aver allarmato inutilmente il mondo e di aver proclamato una pandemia fasulla, condizionata dai colossi farmaceutici che hanno alimentato le paure al solo scopo di vendere farmaci e vaccini non solo inutili ma anche pericolosi. Il virus, si sosteneva, era una semplice variante dei virus stagionali, perfino più blanda.
Sono passati 10 anni e molti aspetti di quella pandemia sono stati chiariti, dando ragione a chi si è impegnato in prima persona per cercare di smontare le tesi complottiste e per far venire a galla la verità. Il virus H1N1 aveva tutte le carte in regola per essere definito un virus pandemico. Era del tutto nuovo, anche se condivideva parte del suo patrimonio genetico con i virus del passato, si era diffuso per ondate successive nel corso dei mesi estivi e autunnali a dimostrazione della sua "novità" rispetto ai virus stagionali e, soprattutto, aveva causato un bilancio di vittime che, seppure non elevatissimo, risultava importante per  fasce della popolazione solitamente risparmiate dai virus tradizionali, con i giovani maggiormente presi di mira rispetto gli anziani.  Erano queste verità evidenti già all'epoca, almeno per chi si era preso la briga di studiare le lezioni del passato, le uniche che permettevano di interpretare correttamente gli avvenimenti.
I chierici sono stati lesti a salire sul carro dei “vincitori”, unendo le loro sapienti parole ai linguaggi più sgangherati che si udivano nelle piazze, con toni certamente più misurati ma non meno pungenti nella sostanza.  I nostri chierici non avevano le conoscenze di base per capire che cosa stava effettivamente accadendo, ma la smania di protagonismo, la ricerca di un quarto d’ora di gloria sotto le luci di una telecamera, li portava a dispensare le pillole del loro finto sapere ad una folla che si specchiava deliziata nelle loro proposizioni elegantemente destabilizzanti. La pandemia era una farsa e bisognava richiudere nei loro recinti i tecnici, sostenitori di una scienza astrusa fatta di aride formule matematiche, che avevano ingannato e spaventato l’umanità con le loro pessimistiche previsioni.
Si può pensare che sia finita lì e che siano eventi da considerare archiviati. Non è così. Quelle prese di posizione hanno non solo contribuito alla disfatta delle campagne di sensibilizzazione della popolazione per quanto riguardava i comportamenti prudenti da adottare e alla diserzione di massa dalla campagna di vaccinazione ma anche alla perdita di credibilità delle nostre istituzioni. Di ciò abbiamo pagato le conseguenze per anni, con il crollo delle percentuali di vaccinazioni per l’influenza e successivamente anche di altre vaccinazioni fondamentali. Ma l’aspetto più grave è che la sottovalutazione del virus H1N1 ha comportato una mancata presa di coscienza del rischio da parte di tante, troppe persone che sono finite attaccate ai ventilatori e alle macchine salvavita nei reparti di rianimazione di tutta Italia e molti di loro sono deceduti nel corso di più stagioni. Tutto questo per un virus che è stato etichettato come più blando di un virus stagionale. Ma bisognava voltare pagina e ritornare a fare “vera” scienza, queste sono bazzecole.
Ma torniamo ai nostri giorni.  I chierici, dopo lo sbandamento iniziale, hanno fiutato il momento favorevole per tornare a far sentire la loro voce, grazie al credito di cui dispongono presso gli organi di stampa. E lo hanno fatto lanciando dei messaggi molto forti, con lo scopo di dare una decisa scrollata alle certezze maturate fino a quel momento.  
La pandemia questa volta è veramente iniziata (a differenza del 2009), ma ha già esaurito la sua carica e ha lasciato il suolo italico. Se poi nel resto del mondo non è così non ha importanza, ha preso un biglietto di sola andata. Del resto tutte le pandemie prima o poi finiscono, questa è stata oltremodo gentile e dopo neppure 6 mesi deve essere considerata già defunta. Il blocco può avere in parte aiutato, ma il virus è dotato di un orologio che comunque ne decretava in anticipo il suo esaurimento, come dimostrano le vicende dei suoi predecessori (uno). Dobbiamo credere al loro intuito di clinici di lungo corso.
La responsabilità più grande per le misure che hanno messo in ginocchio l’intero paese ce l'hanno i tecnici, che hanno abilmente manovrato i politici. Sono loro la causa di tutte le sciagure che sono capitate in Italia, con le loro previsioni catastrofiche, con le loro misure draconiane e liberticide, con la loro cieca ostinazione.
Come nel 2009, la folla plaude alle loro dichiarazioni che vengono viste come dimostrazione di tutti i loro convincimenti. Tra di loro tanti negazionisti, complottisti, antivaccinisti, terrapiattisti, nanoscopisti.   In fondo da “è già finita” a “non è mai realmente iniziata” il passo è breve. La galassia degli anti è tutta un tripudio.
Può anche essere, anche se improbabile, che il virus non torni più o si ripresenti nelle vesti di un agnellino. Ma il danno di immagine per le nostre istituzioni sarà enorme e si ripercuoterà per gli anni futuri, scavando un fossato ancora più grande tra i cittadini e i loro rappresentanti.

domenica 26 aprile 2020

Pandemia di Covid-19: i bambini sono una vera minaccia?





Lo scoppio dell’epidemia in Cina, nella città di Wuhan, ha spinto le autorità a prendere decisioni molto drastiche, con severe restrizioni  di tutte le attività, il divieto degli spostamenti e  la chiusura delle scuole. Questi provvedimenti sono stati adottati non solo nella zona colpita ma anche in tutto resto della Cina. Con il miglioramento della situazione epidemiologica nell’ultimo periodo, il blocco è stato allentato, ma le scuole sia a Wuhan che nel resto della Cina rimangono chiuse, anche se nei prossimi giorni sono programmate timide riaperture, a partire  dai ragazzi delle scuole superiori. Analoghi provvedimenti sono stati presi anche nei paesi occidentali, di fronte all'ondata minacciosa, con qualche eccezione. La domanda che molti si fanno è se esiste un razionale a supporto di questo tipo di intervento. C'è innanzitutto un dato empirico: tutti noi possiamo osservare
l’effetto della chiusura delle scuole sull’andamento della curva epidemica durante le vacanze natalizie. La curva presenta una flessione, che documenta come il virus rallenti la sua corsa per poi riprendere nuovo slancio subito dopo la riapertura. Ma abbiamo anche studi scientifici, come una metanalisi del 2018  che dimostra che la chiusura delle scuole porta ad una riduzione consistente del numero di casi, con un abbassamento del 29,7% dell’entità del picco e un suo ritardo di ca 11 giorni. Bisogna però precisare che questi studi si applicano ai virus influenzali, di cui conosciamo bene le caratteristiche epidemiologiche, in particolare l’ampia diffusione in ambito pediatrico, con i bambini che si ammalano con incidenze nettamente superiori rispetto agli adulti, in quanto sono a stretto contatto tra di loro, non osservano le regole igieniche e trasmettono il virus più a lungo. Non abbiamo certezze se questo possa applicarsi anche alla Covid-19, che è un virus affatto nuovo, ma essendoci molti punti in comune sulle modalità di diffusione dei due virus,  ritengo che sia stato prudente adottare quel tipo di provvedimento.


L’infezione da Covid nei bambini, in base ai dati che provengono dagli studi cinesi ma anche dalle prime osservazioni nei paesi occidentali, tende ad essere di entità modesta, sia dal punto di vista numerico, in quanto i bambini e ragazzi da o a 19 anni rappresentano appena il 2% di tutti i casi, sia dal punto di vista clinico, più del 95 % dei casi sintomatici ha un andamento blando del tutto sovrapponibile ai quadri respiratori che colpiscono comunemente questa popolazione e inoltre sappiamo che molti bambini contraggono l’infezione in modo del tutto asintomatico. Non abbiamo però dati certi sulla contagiosità, sulla capacità di trasmettere il virus ai loro contatti, in particolare in ambito famigliare. Dai dati cinesi possiamo comunque ricavare delle indicazioni. In più dell’80% dei casi i bambini si ammalano in ambito famigliare e dopo gli adulti, quindi è quasi sempre il genitore o il nonno che si ammalano per primi e che fanno ammalare il bambino e non viceversa. Un altro studio appena pubblicato ha mostrato un’incidenza di malattia nettamente più bassa rispetto agli adulti. In pratica quando l’adulto porta il virus in casa la probabilità del bambino di ammalarsi è pari ad ¼ rispetto agli adulti conviventi. Va  precisato che questi dati si basano su situazioni che non corrispondono alla normalità, in quanto i bambini sono obbligati a stare a casa e non possono frequentare i loro coetanei, ma sono dati su cui dobbiamo riflettere, in attesa di studi più ampi possibilmente eseguiti in quei paesi che non hanno chiuso le scuole, come Taiwan, la Svezia, Israele o altri che si accingono ad aprirle in questi giorni.




Ci sono degli studi anche in ambito europeo, anche se non rivolti in maniera specifica ai bambini. Mi riferisco allo studio di Vo’Euganeo, la località che ha registrato il primo morto per covid e una delle prime a sperimentare il blocco totale. Lo studio ha coinvolto l’85% della popolazione, ca 2800 persone, a cui è stato fatto il tampone in due distinte tornate trovando 73 soggetti positivi al primo rilevamento e altri 8 al secondo. Non è stato travata nessuna positività nei bambini al di sotto dei 10 anni, compresi i bambini esposti in casa ad adulti infetti. Un altro studio è quello islandese dove è stato testato il 6% della popolazione divisa in due gruppi: il primo costituito da casi sospetti e sintomatici il secondo da chi aderiva in maniera volontaria o era selezionato in maniera causale. Del primo gruppo i bambini sono risultati positivi con una percentuale che è la meta di quella degli adulti (6,7 vs 13,7%), nel secondo nessun bambino (ma i positivi erano molto pochi). Infine ha suscitato un certo clamore uno studio francese  che descrive un cluster di casi che ha coinvolto turisti britannici e francesi sulle Alpi, tra i quali un ragazzino francese di 9 anni  che pur venendo a contatto con 170 persone non ha trasmesso il virus a nessuno. Da tutti questi studi, compresi quelli cinesi, ci può venire il dubbio che i bambini, oltre ad ammalarsi in maniera più lieve, possano non essere quei grandi untori come si sospetta, ma è necessario avere evidenze più robuste prima di dare un via libera incondizionato alla riapertura delle scuole.

Dati più certi sull’incidenza della Covid nei bambini potranno venire solo da ampi studi epidemiologici che ci dicano intanto quanti bambini si sono infettati fino ad adesso e da un attento monitoraggio della situazione clinica e delle positività che verranno riscontrate al momento della riapertura delle scuole. Al momento sono pochi i paesi che hanno lasciato le scuole aperte e nessuno ha prodotto studi specifici che ci illustrino quale sia l’andamento nella popolazione infantile in rapporto alla frequenza scolastica. In Svezia abbiamo però i dati di sorveglianza pubblicati settimanalmente, 


da cui risulta che l’incidenza della malattia nei bambini e adolescenti  non è superiore ad altri paesi dove è stato istituito il blocco totale. In quel paese i bambini fino all’età di 15 anni frequentano regolarmente e la percentuale di positivi è pari al 2% del totale delle persone colpite.

Si è molto parlato in questi giorni di incoraggiare la vaccinazione contro l'influenza anche nei bambini, alcuni hanno proposto di renderla obbligatoria. L’influenza è una malattia che conosciamo molto bene e che fa ammalare tantissimi bambini con quadri in prevalenza lievi, ma con una percentuale non irrilevante di complicazioni e perfino di decessi, soprattutto nei più piccoli. È questo il primo motivo per cui i pediatri raccomandano la vaccinazione anche dei bambini sani, un altro è quello di limitare la diffusione del virus che comporta tantissime vittime nella popolazione a rischio e importanti costi sanitari, sociali ed economici. Vaccinare per l’influenza quest’anno avrà una valenza in più in quanto sarà importante cercare di non sovrapporre gli effetti della malattia con quelli della covid, per la quale non esiste ancora un vaccino, dal momento che circoleranno contemporaneamente a partire dal prossimo autunno e hanno sintomi difficilmente distinguibili.


In Italia si è già deciso che le scuole riapriranno non prima di settembre, a patto che ci sia una consistente riduzione della circolazione del virus. In quel periodo sarà importante che il rientro avvenga garantendo la massima sicurezza per i bambini, per gli insegnanti e anche per i famigliari, in particolare se appartengono a categorie a rischio. Dovrà essere riorganizzata la vita scolastica a questo fine, insegnando ai bambini le norme igieniche, permettendo una sufficiente aerazione dei locali e mantenendo temperature non troppo elevate, evitando classi affollate e limitando i contatti troppo ravvicinati. Certamente all’inizio prevarrà la paura, ma se ci si renderà conto che gli effetti della riapertura non saranno così terribili come si teme, le norme del distanziamento potranno essere gradualmente attenuate, mentre quelle igieniche e ambientali rimarranno valide anche per le altre patologie stagionali. Io credo che già nei primi mesi di questa primavera e della prossima estate si possano organizzare delle attività per i bambini, in piccoli gruppi e preferibilmente in spazi all’aperto, perché sappiamo che la diffusione del contagio avviene prevalentemente negli spazi chiusi. In questo modo si alleggerirebbe anche il carico delle famiglie, in particolare delle mamme che devono riprendere il lavoro.


Errata Corrige del 29-04
Mi è stato fatto notare, ed effettivamento ho verificato che è vero, che in Svezia i tamponi vengono fatti solo ai soggetti ospedalizzati e ad appartenenti a categorie a rischio. Pertanto i casi pediatrici segnalati nel grafico si riferiscono a bambini con quadri più severi e/0 con malattie croniche. Il dato svedese, messo in questo modo, non può dirci nulla sull'incidenza della malattia nei bambini, anche se appare comunque rassicurante per quanto riguarda il rischio (basso) di complicazioni rispetto alla popolazione generale.

martedì 28 gennaio 2020

Epidemia di Nuovo Coronavirus






Per chi è interessato all'argomento ci sono aggiornamenti in tempo reale e vivaci discussioni  sul gruppo Facebook di cui sono amministratore: L'influenza questa Sconosciuta

lunedì 11 giugno 2018

Bambini morti per influenza: i conti non tornano






Nel bollettino nr. 22 di sorveglianza dell'influenza negli USA (Fluview), insieme ai resoconti sull'andamento settimanale, viene riportato il bilancio dei bambini deceduti a causa dell'influenza: 172 bambini sono morti nel corso della stagione 2017-18. E' un numero, ancora parziale perché altri si aggiungeranno nelle prossime settimane e mesi, che segna un record da quando è iniziata questa sorveglianza, con l'eccezione della stagione pandemica. Significativamente l'80% non era vaccinato. Il 40% è morto al di fuori dell'ospedale.

E’ dal 2003-04 che negli USA le morti pediatriche sono oggetto di ricerca attiva e di segnalazione obbligatoria. Nel corso di quella stagione, dominata da un ceppo particolarmente virulento del virus H3N2, denominato Fujian,il bilancio finale fu di 153 bambini morti. A causa dei numerosi decessi registrati già agli inizi di quella stagione, venne richiamato velocemente in patria Timothy Uyeki, pediatra ed esponente di punta del CDC di Atlanta. Uyeki stava prendendo parte al V congresso internazionale Options for the Control of Influenza di Okinawa




dove aveva presentato un poster in cui venivano documentati 8 casi, non correlati tra loro, di bambini sani deceduti a distanza di pochissimo tempo dal manifestarsi dei primi segni di malattia, a causa dell’influenza. E’ la prima segnalazione ufficiale di morti di questo tipo e, come mi ha raccontato lo stesso Uyeki, venne accolta con scetticismo dai partecipanti europei al congresso. Ma a tragica conferma di questo fenomeno, un terzo dei decessi avvenuti in quell’anno negli USA aveva le caratteristiche descritte dal poster di Uyeki, che possiamo definire morti fulminanti.

Le morti pediatriche negli USA variano numericamente da una stagione all’altra, da un minimo di 37 (2011-12) ad un massimo raggiunto proprio quest’anno, considerando a parte la stagione pandemica che di morti ne ha registrate 358 e, va tenuto presente, si tratta di bilanci solo parziali. Esperti del CDC stimano che almeno altrettante morti sfuggano ai sistemi di indagine impiegati, seppure molto sofisticati.

Sono state pubblicate due revisioni sulla rivista Pediatrics. La prima, relativa agli anni dal 2004 al 2013 documenta 830 morti pediatriche, età media 7 anni, 43% in assenza di fattori di rischio e il 35% in modo fulminante. Nella seconda più recente, relativa agli anni dal 2010 al 2016, le morti sono state 675, con un’età media di 6 anni, il 50% sani. In più di un terzo dei casi le morti sono state fulminanti.

La vaccinazione, se anche è vero che non sempre è in grado di salvare la vita, si dimostra efficace in un'alta proporzione di casi, secondo quanto riportato da uno studio del 2017 che dimostra come il vaccino prevenga il 51% dei decessi nei bambini ad alto rischio ed il 65% nei bambini sani.

L’Italia è una terra che deve considerarsi “fortunata”, almeno secondo le tabelle annuali dell’Istat secondo cui le morti pediatriche per influenza sono poche unità. Tralasciando il fatto che negli USA quasi il 50% dei bambini si vaccinano ogni anno e che, grazie a questo, molti eventi fatali sono prevenuti, anche basandosi sulle cifre ufficiali e facendo una semplice proporzione in base al numero di abitanti, in Italia dovremmo aspettarci da 5 a 30 decessi ogni anno. Personalmente non credo alla buona sorte e ritengo che si debba più realisticamente pensare ad una sotto-notifica sistematica. Molti casi sfuggono verosimilmente alla nostra sorveglianza e questo avviene per due ragioni. La prima è una scarsa attenzione al fenomeno: da noi l'influenza è considerata una malattia fondamentalmente banale o un problema esclusivo per gli anziani e per i malati gravi. Se talvolta una persona sana ( compreso un bambino) muore con diagnosi di influenza, ci deve sempre essere qualche patologia nascosta. La seconda fa riferimento alle due diverse modalità del decesso: una caratterizzata da un progressivo peggioramento con la frequente comparsa di complicazioni, legate spesso a sovrapposizioni di altri patogeni, un'altra che è quella che abbiamo definito morte fulminante, con un rapido deterioramento delle funzioni vitali che porta a morte in tempi molto ristretti, talvolta anche in assenza si sintomi di qualsiasi tipo (morte improvvisa). Nel primo caso sono più interessati bambini affetti da precedenti patologie che indeboliscono le difese immunitarie, nel secondo abbiamo soprattutto bambini sani probabilmente vittime di una risposta eccessiva e sregolata, forse anche a a causa di predisposizione genetica, del loro sistema immunitario, che porta ad una compromissione rapida di uno o più organi. I decessi dei primi avvengono solitamente in ospedale, dopo un ricovero della durata di più giorni durante il quale è più agevole una definizione diagnostica delle cause. Nel caso delle morti improvvise e fulminanti, che avvengono molto spesso a casa o durante il percorso in ospedale, la causa di morte può essere identificata solo al termine di un lavoro lungo e minuzioso che prevede un’attenta ispezione anatomica, un idoneo prelievo e un’adeguata conservazione dei tessuti, nonché l’utilizzo di tecnologie diagnostiche avanzate come quelle di tipo molecolare. Solo a distanza di uno-due mesi, a volte anche in tempi più lunghi, si può arrivare all’accertamento della causa di morte, che comunque non sempre sarà possibile determinare. Per arrivare a questo traguardo è fondamentale che ci sia una consapevolezza dell’esistenza di questi quadri che orienti nel modo giusto la ricerca da parte dei medici legali. Purtroppo in Italia questa consapevolezza manca e molti di questi casi non vengono neppure indagati o lo sono in modo inadeguato.

Non deve pertanto meravigliare se le morti fulminanti accertate di bambini italiani negli ultimi 10 anni si contano sulle dita di una mano, due nel primo anno della pandemia e altre 4 negli anni successivi, soprattutto a causa del virus H1N1. In realtà, le cronache dei giornali documentano numerosi casi che avvengono ogni anno in concomitanza con l'epidemia influenzale e con caratteristiche che possiamo definire suggestive. Quasi mai viene identificata la causa, lasciando in preda ad un totale smarrimento le famiglie, che sono spesso spinte a cercare responsabilità là dove non ci sono. In questi anni ho raccolto la testimonianza di molti colleghi che sono stati ingiustamente accusati di non aver riconosciuto la gravità o di non aver trattato adeguatamente tali situazioni.

Nel 2012 è stato pubblicato un mio articolo sulla rivista JPHRS, in cui documento come molte morti con le caratteristiche  delle morti fulminanti e improvvise si siano verificate in Italia nel corso della stagione 2010-11, contraddistinta da una seconda ondata del virus pandemico, il triplo rispetto alla stagione successiva che ha visto il ritorno del virus H3N2. La mia intenzione non era quella di dimostrare l'esistenza delle morti fulminanti anche nel nostro paese, ma di sollevare la questione con la speranza che potesse nascerne un dibattito. Così non è stato...

La stagione appena trascora è stata una delle più dure degli ultimi 20 anni, con 8500000 casi di malattia influenzale, quasi 764 persone ricoverate in terapia intensiva e 173 morte, tra questi anche 11 bambini, due in modo fulminate. Lascia ben sperare che si inizino a riconoscere questi quadri, ma molta strada è ancora da percorrere se consideriamo che nel corso della stagione almeno altri 23 bambini sono morti in modo improvviso e fulminante, senza che sia stata fatta nessuna chiarezza sulle cause.